La vigilia di Natale da Ruben...

AIM Associazione Interessi Metropolitani • 25 gennaio 2026

Riceviamo da Francesco Lorusso e volentieri pubblichiamo una poetica riflessione sulla vigilia di Natale da Ruben.

Profonda periferia milanese, la sera di Natale. Un'area anonima, un tempo popolata dalle fabbriche, ora praticamente scomparse. Non sono anonime però le persone e la mensa del Ruben che, da quelle parti, offre un pasto a chi ne ha bisogno.

Siamo alla fine della periferia milanese, nella sera di Natale. Un luogo anonimo, un tempo popolato dalle fabbriche, ora praticamente scomparse. Stasera è molto freddo, tira un vento gelido come ancora non si era visto quest’anno. Questo freddo non invoglia nessuno a uscire.
Accompagno mia moglie e mio figlio, che fanno volontariato in un ristorante solidale, il Ruben, per la sera del 24 dicembre. Non era uno dei loro turni, ma si sa che durante le vacanze e i ponti manca sempre qualcuno. Assieme agli altri volontari aiuteranno a servire le cene.
Arriviamo appena dopo le diciotto, qualche minuto prima che aprano i cancelli. Entriamo dall’ingresso del personale, mentre al tornello si è formata una piccola fila. Le persone che mangeranno qui arrivano alla spicciolata, silenziosamente. Dentro riconosco qualche volontario, non la maggior parte. Sono stato qui in agosto, quando durante le vacanze avevano chiesto la disponibilità a mia moglie. Mi piace come lavorano: sono accoglienti e discreti, ma attenti ai bisogni dei loro commensali, così li chiamano. Conoscono quasi tutti gli adulti e i bambini per nome. Non sembra un luogo per persone bisognose, anzi è finalmente uno spazio accogliente. Un luogo, usando tutto il sarcasmo possibile, fra parentesi, normale. Sul loro sito è descritto come ristorante, ma non è proprio così perché ci accedi solo dopo esser passati da un centro di ascolto. Non è aperto a tutti. La struttura ricorda una mensa self service, come di quelle usate dai lavoratori. Si segue il percorso obbligato e si prendono via via vassoio, posate, bevande, frutta o dolce, secondi con contorno e infine i primi. Alla fine c’è una cassa dove i commensali adulti pagano un euro. Per i minori è gratis.
Quella sera, all’apertura delle porte, le persone, entrando, per prima cosa notano un albero di Natale e i pacchi regalo. Guardandosi intorno possono osservare le decorazioni sparse in tutto il ristorante.
Una fila di persone. Una fila di esseri umani aspetta il suo turno per la cena di Natale.
Non sembra, anche sentendo le voci dei volontari, esserci un grande afflusso; il freddo ha tenuto lontane molte persone, oppure è per via della festa che hanno fatto il giorno prima dove sono venute quasi quattrocento persone, divise su due turni. Ripensandoci a mente fredda, penso possa dipendere anche dal fatto che stasera è Natale e questa festa, che ci piaccia o meno, costringe quasi sempre tutti a qualche bilancio. La sensazione è che di questo ne soffrano più gli italiani e, nel complesso, i cristiani, che forse ritornano indietro alla memoria dei giorni in famiglia.
Il ristorante ha una sala grande e una più piccola vicino al self service. Normalmente in quella più piccola si sistemano gli italiani, spesso solitari. Nella sala più grande invece, soprattutto in fondo, si sistemano le famiglie con bambini. Finito di mangiare, se non devono fare compiti (e oggi sicuramente non li fanno), corrono per tutta la sala. Creano allegria. Le madri, molte arabe, sono quasi sempre sole con i figli; hanno il loro da fare per contenerne l’esuberanza. Guardando nella sala, molte persone sono sole e con poca voglia di parlare.
Essendoci un flusso minore di persone, io, col mio menisco rotto, decido di sedermi e guardare ciò che succede nel ristorante. I vassoi che vedo sfilare oggi sono colmi.
Osservo i movimenti, le posture, le smorfie e i sorrisi. I volontari sono attenti e disponibili, passano a ogni tavolo per verificare i bisogni delle persone, sentire se qualcuno desidera un bis di primi, un’altra bibita, se qualche bambino vuole un altro dessert e, quando trovano delle possibili aperture, si fermano a fare due chiacchiere, soprattutto se normalmente hanno un po’ di confidenza con la persona in questione.
Dal mio posto privilegiato vedo arrivare un signore, che scoprirò poi essere arabo, con un bambino: avrà intorno ai tre o quattro anni. Parecchi volontari che conoscono il padre vanno a salutarlo e fanno un sacco di feste al bimbo che, assieme alla mamma, si è da poco ricongiunto col papà, e lui appare raggiante. Sembra felice di quelle attenzioni e mangia talmente tanto che finisce per stare male. Due minuti dopo però è di nuovo lì, solare come solo i bambini sanno fare, felice e un po’ tronfio per le attenzioni ricevute. Un lato del mio cervello, quello critico e più cattivo, pensa che fa bene a sentirsi felice adesso; la vita in questo Paese non sempre gli riserverà delle gioie, ma adesso, essendo quasi Natale, mi forzo a non dar retta a quel lato del cervello.
Giro la testa e, quasi a fianco a me, vedo una persona che potrebbe avere una quarantina di anni. Mi sembra italiano. Mi piacerebbe fargli compagnia per qualche minuto; gli rivolgo la parola, ma quando mi risponde mi rendo conto che sta piangendo, ed è visibilmente commosso. Risponde a monosillabi, credo sia in difficoltà, ma nessuno nella sala se n’è accorto. Resto senza parole; sinceramente non è una reazione che mi aspettavo e forse lui, in questo momento intimo, non vorrebbe essere disturbato. Mi ritraggo e lo lascio alla sua intimità, alla sua commozione. Non posso fare a meno di pensare a quanti motivi avesse per essere commosso. Lo sguardo tende ad andare sempre su di lui, questo mi infastidisce, per cui decido di alzarmi e fare un giro per la sala: ho riposato abbastanza il ginocchio, per vedere se qualcuno ha bisogno.
Quando ritorno al mio posto, non c’è traccia del signore: è sparito con il suo carico di pensieri. Al suo posto un ragazzo, anche lui italiano, che l’associazione sta aiutando a rimettersi in sesto dopo aver perso il lavoro. I volontari gli tengono compagnia, spesso, a quanto mi raccontano, chiedendogli di come sta andando con la sua ricerca: alcuni colloqui, ma ancora nulla di certo e sicuro.
Sono quasi le otto; fra pochi minuti il ristorante chiuderà e fra i volontari parte una scommessa simbolica su chi saranno i ritardatari che arriveranno all’ultimo minuto. Infatti, ci azzeccano. Arriva una ragazza straniera che tutti conoscono e una signora italiana con un bambino di cinque o sei anni. Una volontaria che conosce la signora e il bambino li aiuta con i vassoi e dà una mano a far mangiare il piccolo, dando un po’ di riposo alla mamma.
Noi invece facciamo due chiacchiere con la ragazza, ultima arrivata: l’ho incontrata anche l’ultima volta che sono stato qui. Lei è sempre solare e sorridente, parla con i volontari con una confidenza e una fiducia che non si conquista in poco tempo. Ci racconta che stasera, per Natale, danzerà in piazza Sempione. In piazza, ci dice, ci sarà una grande festa.
L’addetto agli accessi all’ingresso guarda l’orologio e mette un po’ di fretta perché è l’ora di chiudere e devono fare le pulizie; è la sera di Natale per tutti, e la serata è conclusa.
I commensali torneranno alle loro vite; molte sono state segnate dagli accadimenti, altre solo per la loro condizione di migranti. Molte di queste persone hanno solo delle vite precarie: alcuni sono qui per la mancanza di lavoro, altri perché hanno paghe insufficienti. Ci sono famiglie straniere che riescono a far mangiare i figli in maniera adeguata solo qui. Altri si permettono solo questo pasto durante tutta la giornata. Non ci sono solo persone che abitano nei quartieri popolari qui intorno: arrivano a piedi o con i mezzi pubblici da tutta Milano. Quella che negli ultimi dieci anni è diventata la città più cara d’Italia, così accogliente con i ricchi e così respingente con chi è in difficoltà.
La città, sebbene non nella sua interezza, ha perso molto di quel senso di solidarietà che negli anni dal dopoguerra in poi aveva saputo avere; non riesce a rispondere alle esigenze di chi è in difficoltà, demandando spesso questo ruolo ad associazioni e a enti no-profit. Questo ha un limite enorme, pur rispettando e stimando il lavoro associativo. Non tutto quello che precedentemente era welfare può essere demandato all’associazionismo; serve che molto di questo lavoro lo facciano ancora comuni, regioni o lo Stato. Molte attività sono rimaste agli enti, ma la parte di front-end verso chi ha bisogno è quasi tutta relegata alle associazioni.
I commensali escono come sono arrivati, alla spicciolata, con il carico dei loro pensieri e problemi.
Domani è Natale. Anche noi usciamo; per un bel pezzo restiamo silenziosi. Emozionalmente, quello che ho visto resterà a lungo nella mia memoria. È difficile ammettere che le lacrime e i sorrisi, i silenzi e gli sguardi bassi sui piatti non siano un messaggio potente, univoco e immediato.
Per vivere bene, a quasi la totalità di noi basta non pensarci, basta non vedere, basta trovare delle scuse; l’importante è che stanotte o domani potremo festeggiare nelle nostre case e aprire i regali.

Francesco Lorusso

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